STEFANO OJETTI (In Terris): “Ultimo letto” e abbandono terapeutico, una tentazione da evitare!

Siamo lieti di pubblicare un nuovo articolo del nostro Vice Presidente Stefano Ojetti  sul temaUltimo letto” e abbandono terapeutico,una tentazione da evitare.


 

 

Fa molto discutere Il documento elaborato dall’Accademia Svizzera delle Scienze

 

Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva relativo alle linee guida da

 

seguire in caso di scarsità di risorse : “Triage dei trattamenti di medicina intensiva in

 

caso di scarsità di risorse”.

 

In tale atto sono indicate le tipologie di pazienti destinati a non essere ricoverati in

 

Terapia Intensiva e quindi “destinati a morire”: “Età superiore a 85 anni, età superiore

 

a 75 anni accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica,

 

insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore

 

a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi”.

 

Come purtroppo spesso accade il problema inerente la tutela della vita viene affrontato

 

a valle per cui: non essendoci posti letto di rianimazione sufficienti, occorre selezionare

 

quali siano i pazienti che devono morire. Tale problematica, seppur reale, andrebbe

 

invece risolta a monte prevedendo il fabbisogno in caso di necessità, stanziando le

 

risorse necessarie ed aumentando quindi per tempo il numero di posti nelle terapie

 

intensive.

 

Questa filosofia del “lasciar morire” fa tornare in mente i campi di concentramento

 

dove all’arrivo dei treni, si veniva selezionati: a destra la vita con gli abili al lavoro, a

 

sinistra la morte a cui venivano destinati anche i vecchi.

 

Allora ci si chiede cosa sia cambiato in questi ultimi ottant’anni se alcuni criteri

 

riguardo la cultura dello scarto di Papa Francesco sono restati gli stessi, quali l’età o le

 

patologie invalidanti? E come ci si dovrà comportare in caso di malattia da Covid-19

 

dell’anziano: andare sempre e comunque in ospedale con la speranza magari di poter

 

sopravvivere o con la certezza di morire in solitudine se vengono negate le cure?

 

Il dilemma del “a chi dare l’ultimo letto” è una problematica etica che da sempre ha

 

coinvolto la coscienza del Clinico, ma che certamente non può e non deve esser risolta

 

con linee guida asettiche, senza una valutazione ponderata che non può che esser di

 

competenza solamente del medico che, solo ed in accordo col paziente, deve saper

 

valutare la condotta clinica da seguire in quel momento.

 

Certamente non deve essere soltanto l’età o la patologia associata, peraltro in molti casi

 

risolvibile con le moderne terapie, che deve guidare il Medico nelle sue decisioni; a chi

 

dare l’ultimo letto : al giovane alcolista, tossico e magari pluripregiudicato? o

 

all’anziano padre di famiglia che dirige un’azienda con un gran numero di operai e

 

quindi di famiglie che rischiano di rimanere senza sostentamento in caso di suo

 

decesso?

 

Decisioni difficili da prendere e che è ben comprensibile non possono essere

 

semplicemente dettate da indirizzi sanitari o dal profitto di un’azienda ospedaliera. Ed

 

è qui che rientra con forza la figura del Medico spesso ridotto negli ultimi anni ad esser

 

chiamato non più a donare salute, come ippocraticamente nel suo DNA, ma al

 

contrario in molti casi ad essere un mero esecutore di morte DAT (Disposizioni

 

Anticipate di Trattamento).

 

La grande questione etica che emerge nella discussione può essere riassunta

 

sinteticamente in queste tre brevi parole: Se, Come e Quando. Se Interrompere le cure,

 

in che misura ed eventualmente quando interromperle. A questi quesiti, l’unica figura

 

in scienza e coscienza che può rispondere non può che essere quella dell’Operatore

 

Sanitario e non certamente semplici linee guida stilate da tecnici e che, per quanto

 

ponderate, non possono tenere conto dell’essere umano nella sua dignità di persona e

 

che pertanto, in quanto tale, merita considerazione e rispetto.

 

Certamente non è pensabile l’accanimento terapeutico, peraltro vietato dal nostro

 

codice deontologico, così come non si può essere discriminati in base all’età o a

 

parametri opinabili, prescindendo comunque sempre dall’ incorrere nell’abbandono

 

terapeutico, come in maniera chiara si evince dalla scritta sul portale dell’Hotel Dieu, il

 

più antico ospedale di Parigi: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti

 

curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.


 

 

 

 

 

 

 

Non c’è che da esserne fieri: dopo l’aggiornamento infatti delle nuove linee guida relative all’uso della pillola abortiva Ru 486 in day hospital, per merito del Ministro della salute Roberto Speranza, ora l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con determina n. 998 dello scorso 8 ottobre, annuncia che per Ulipistral acetato (EllaOne), così detta “pillola dei cinque giorni dopo”, non sarà più obbligatoria la prescrizione medica.

 Il Direttore Generale Nicola Magrini aggiunge che il farmaco in questione rappresenta “uno strumento altamente efficace per la contraccezione d’emergenza per le giovani che abbiano avuto un rapporto non protetto, entro i 5 giorni dal rapporto. Ed è anche, a mio avviso, uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze”.

D’altronde è notorio come l’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza, attraverso la Norlevo (levonorgestrel) “pillola del giorno dopo” e la EllaOne, abbia inciso fortemente sulla riduzione delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG). Come risulta infatti dalla relazione al Parlamento del Ministro della salute, nel 2018 sono state notificate infatti 76.328 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) con un numero dimezzato rispetto ai 234.801 casi del 1983.

Numeri che farebbero ben sperare se non fosse che in realtà il consumo delle cosiddette pillole del giorno o dei 5 giorni dopo nascondono una verità purtroppo ben diversa; secondo i dati forniti da Federfarma infatti, il numero di pillole vendute è passato da 400mila confezioni nel 2015, a 490mila nel 2016 e fino a 570mila lo scorso anno; in due anni quindi l’incremento sarebbe stato addirittura del 42% in più e ciò in regime di prescrizione obbligatoria per le minorenni. C’è da supporre che tali cifre, ora che è stata ammessa da parte dell’AIFA la libera vendita senza prescrizione anche alle minori, aumenteranno in maniera esponenziale.

La problematica fondamentale circa l’assunzione di questi farmaci riguarda il fatto che in circa il 15% dei casi possono non avere azione di contraccezione e quindi potrebbero interrompere un eventuale gravidanza intercettando l’ovulo già fecondato (norlevo) o anche modificando la struttura dell’endometrio (EllaOne), da qui la logica spiegazione della diminuzione del numero di aborti registrati rilevati.

Del resto non si capirebbe la ragione per la quale il Consiglio superiore della sanità il 15 giugno del 2011 permise il commercio della EllaOne con la clausola, in seguito annullata, che: la donna doveva sottoporsi a un test del sangue per dimostrare di non essere già gravida. Se lo fosse, infatti, il farmaco metterebbe a rischio la vita dell’embrione.

A conferma di ciò si legge sul bugiardino della Norlevo del 6 agosto 2003, poi modificato: “La contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o ‘impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato’”; quindi ovviamente in questo caso, divenendo abortiva.

 Si rimane poi quantomeno perplessi a tale proposito a sentir parlare di Etica e non piuttosto di una non corretta informazione. Da domani infatti ragazzine quattordicenni potranno accedere liberamente a questo farmaco da banco miracoloso, inconsapevoli che potrebbero magari avere nel loro grembo il prodotto di un concepimento e che se informate correttamente avrebbero potuto anche decidere di tenere evitando così l’assunzione del farmaco.

 Ciò che certamente è frutto di verità inconfutabili è che, in questo momento di denatalità del nostro Paese, le nascite nel 2018 sono state appena 449 mila, ovvero circa 9mila in meno dell’anno precedente. Un dato che certamente colpisce, ancor più se lo si paragona al 2008, la differenza rispetto a quell’ anno infatti è di ben 128mila culle in meno, una denatalità crescente frutto di condizionamenti culturali e ideologici da parte di certe lobby di potere, contro la vita nascente e di quella al tramonto.

Oggi non abbiamo bisogno infatti di avere nuove pillole o strumenti per facilitare sempre più aborti o candidati alla “dolce morte” quanto, al contrario, di politiche che incentivino la formazione di famiglie con mamma, papà e nuovi nati che allietino questa triste e ormai anziana società volta solo a cercare di distruggere purtroppo il senso della vera famiglia, così come come prevista nella nostra costituzione.

Stefano Ojetti


 

 Vi ricordiamo che in allegato ci sono altri articoli a cura dello stesso Ojetti e che avevamo già pubblicato sempre sulla rivista "In Terris".