FILIPPO BOSCIA : EDITORIALE + COMUNICATO E RIFLESSIONI PERSONALI SU COVID E ABORTO

Carissimi,

siamo lieti di pubblicare un interessante Editoriale sul tema: "Non si può spegnere per decreto la vita spirituale" a cura del nostro  Presidente Filippo Maria Boscia.

A seguire un suo recente Comunicato ed, in allegato altre sue riflessioni su Covid e Aborto.


"Non si può spegnere per decreto la vita spirituale"

 

FILIPPO MARIA BOSCIA - Nei molteplici dibattiti, suscitati dalle gravi conseguenze sanitarie e sociali della pandemia da Covid-19, a me è parso che di fatto fosse stata deliberatamente esclusa la benevolenza, la stima e la speranza della visione cristiana della sofferenza, che è misura e criterio di ogni manifestazione umana.

 

Ogni processo patologico ferisce la nostra identità, che si presenta complessa perché intreccia differenti biografie, che si condensano nel vissuto personale dell’io: biografia fisica, cognitiva, sociale e non da ultimo biografia spirituale. Quest’ultima  ci introduce ad un livello esistenziale profondo, quello del variegato personale universo dei valori, nel quale si incastona la fede religiosa, sorgente di molte risorse interiori.

 

La paura di vivere l’esperienza di una malattia contagiosa e sconosciuta ha fatto emergere paure, incertezze, egoismi e ha fatto perdere a molti la responsabilità di poter essere co-autori di un aiuto globale da offrire alla comunità.

 

Intanto, più passa il tempo e più ci rendiamo conto di avere bisogno di  aiuti materiali e spirituali. Sono in molti a rilevare che ci è mancato l’aiuto per l’anima, così come ci è mancata l’attenzione complessiva e ogni possibile umano sostegno in specifiche dolorose esperienze di perdita di congiunti, che si sono allontanati da noi senza conforto, senza carezze e senza una diretta prece. E’ un dolore sordo, inarrestabile, che purtroppo continuiamo a vivere.

 

La politica, il Presidente del Consiglio Conte e tutti i consiglieri esperti a lui affiancati,  hanno omesso, forse per mera dimenticanza, di inserire tra i servizi essenziali alla persona quelli spirituali e religiosi, pur indispensabili e fondativi.

 

Forse è giunto il momento di dire con franchezza, e lo dico a nome dei medici cattolici italiani, che è difficile accettare in questa emergenza comportamenti di fredda impermeabilità spirituale, da molti sottolineati come vera e propria indifferenza, sperabilmente non ideologica.

 

Responsabilmente, nella piena emergenza e in fase di reale contagio, tutti hanno coerentemente accettato che fossero sospese le attività pubbliche, le riunioni assembleari, includendo fra queste anche la celebrazione dell’eucarestia con la presenza dei fedeli: tutti hanno accettato di vivere messe senza popolo e popolo senza messe, ma tutti hanno percepito la consapevolezza che guardare la messa in televisione non era la stessa cosa che celebrarla.

 

In piena emergenza  abbiamo  sacrificato per responsabilità, quell’ampio e totale esercizio della libertà di culto che è bene costituzionalmente tutelato. Abbiamo prosciugato le acquasantiere per timore dei contagi... e tanto altro ancora.

 

La Chiesa e tutti i fedeli hanno accettato con sofferenza e senso di responsabilità le limitazioni governative per far fronte all’emergenza sanitaria, coniugando doveri e responsabilità.

 

Oggi stiamo passando dall’acuta emergenza alla cosiddetta fase 2, che certamente non può ancora del tutto escludere una ripresa dei contagi. In questo momento desideriamo raccomandare al Presidente del Consiglio Conte di non dimenticare che tra i servizi essenziali alla persona v’è da includere il sostegno spirituale e religioso.

 

Una larga fetta di popolazione sollecita a gran voce i Pastori, i Vescovi e i Presbiteri a riorganizzare la vita della comunità cristiana.

 

Si sollecita la chiesa a rivendicare la pienezza della sua autonomia! Nessuno può permettersi di ingessare unilateralmente il popolo di Dio e tutti quei fedeli laici che finora sono stati impediti a partecipare ai riti eucaristici, ma anche a raggiungere la Casa del Signore, per invocarlo con umiltà e speranza, per ricevere conforto ed energie spirituali salutari.

 

Desidero ricordare a tutti che la Chiesa è spazio di libertà e di speranza, ma è anche luogo di aiuto, di solidarietà, di sussidiarietà,  promotrice di resilienza e, sotto tanti profili, dispensatrice di bene, carità e misericordia: aiuta le persone a superare con la preghiera, le tante fragilità e difficoltà, facendo percepire a tanti, afflitti e sconsolati,  gli aspetti terapeutici della fede.

 

Chi vuole restringere questi spazi di intervento deve tenere ben presente che il servizio verso le fragilità e le solitudini non è mai venuto meno!

 

Gli operatori della Caritas, delle associazioni, gruppi e movimenti ecclesiali e dei volontari in esso operanti non hanno mai ceduto alle assillanti limitazioni e sempre nel rispetto di misure di distanziamento hanno portato avanti rischiosi e complessi servizi essenziali, aiutando non solo le povertà materiali, ma anche le povertà spirituali, non essendosi mai spenta in loro quella splendida capacità di carità e di dialogo, importante ed irrinunciabile aiuto alle periferie esistenziali.

 

Questa sussidiarietà è stata di grande aiuto, soprattutto perché ha  colmato di fatto tante necessità, risolto tanti problemi e rispettato i diritti, purtroppo da altri negati, delle singole persone in difficoltà e delle loro famiglie. In tutti questi casi la Chiesa e le strutture ad essa collegate hanno svolto azione sussidiaria, di sostegno e nutrimento spirituale e materiale.La Chiesa si è proposta per attivare ogni percorso di tutela della vita nella sua globalità, senza trascurare gli aspetti epidemiologici, anamnestici, diagnostici e psicologici, che direttamente non le competevano, ma che sono stati tenuti presenti nel prestare ogni massima attenzione alle visioni etico-solidaristiche ed etico-morali-religiose,  di fatto di frequente trascurate.

 

La tutela della vita si fa soprattutto con coerenti interventi e con azioni di fede. Se vogliamo condividere la visione olistica della persona non possiamo fare a meno di parlare degli aspetti spirituali, di quella che io, da medico, definisco “diagnosi e terapia spirituale”, che non riguarda solo gli ammalati, i fragili e le periferie esistenziali, ma anche tutti quei sani, che, in abbandono spirituale, avevano e continuano ad avere bisogno di aiuto.

 

Il dolore spirituale va compreso con compassione e se opportunamente curato porta grande beneficio a tutti: stimola ogni sensibilità, aiuta la lettura integrale dei bisogni, serve a migliorare qualsiasi azione  politica, sanitaria ed etica e consente di affrontare al meglio qualsivoglia  delicato momento di fragilità. Preme qui sottolineare la pregnanza del “dia-logo”, che è mancato, per mesi, in questa triste vicenda.

 

Il “dialogo”, a differenza della chiacchiera o dei soli discorsi pseudo-scientifici, vive del logos, cioè di quelle parole che, se vicendevolmente e delicatamente donate, aiutano a rendere più leggero il bagaglio della sofferenza.Abbiamo bisogno in questo momento di grandi fragilità, che ci si prenda cura  in modo globale della persona. Per rinascere, nel corpo, nello spirito e nella fede, abbiamo bisogno di compiere percorsi di fede, di comunione e di partecipazione alla Eucarestia, che è nutrimento del corpo e dell’anima e ci fa trovare consolazione, conforto e salvezza.

 

Abbiamo diritto al culto e alla tutela dell’esercizio delle libertà religiose! I comitati tecnico scientifici, consulenti del governo non omettano di considerare la dimensione spirituale delle persone che è parte integrante della salute globale: non si può spegnere per decreto la vita spirituale.

 

Stato e Chiesa, ordini indipendenti e sovrani, agiscano in reciproca collaborazione per la salute fisica, ma anche  a salvaguardia di tutti i servizi essenziali che includono quelli spirituali, chiamati alla cura dell’anima, nonchè tutte le missioni pastorali, caritative,  educative di evangelizzazione e di possibile santificazione.

 

Nella piena osservanza delle norme di prudenza e di distanziamento, cerchiamo di ripristinare la libertà religiosa nella sua più ampia e globale accezione e lavoriamo perché si raggiunga il rispetto dell’unitotalità della persona, fatta di corpo, mente, fede e spiritualità.


Il 25 aprile abbiamo celebrato la “liberazione”!

Leggo su un messaggio del Presidente della Repubblica “resistenza…liberazione, fine della follia nazifascista… costituiscono una riserva etica di straordinario valore civile ed istituzionale…potente energia comune, ben rappresentata dal Tricolore”.

Rassicurato sull’unità della nostra nazione, mi sono chiesto: davvero ci sentiamo tutti liberati e siamo tutti liberi? O forse dobbiamo ancora liberarci da quell’imballaggio nel quale siamo stati costretti e che è strettissima prigione di tutte le facoltà che “l’io” possiede? A mio parere non è ancora nata la vera “fede libertà”!

Nell’utopia di un futuro irraggiungibile, alla nostra anima non è stato consentito di rinascere in spirito e verità. Non ci è stato concesso o non siamo stati capaci di far coincidere il dispiegamento di tutte le nostre personali potenzialità con la libertà dell’anima e dell’agire.

La malattia da Covid-19, che si è insinuata tra noi al di fuori della nostra volontà e che ha vinto e sopraffatto la nostra volontà, rappresenta oggi il punto più oscuro del nostro contemporaneo universo. Quella malattia si è rivelata essere il limite vero della volontà! E la libertà umana deve confessarsi vinta!

La ragione del male sta in noi, nella nostra società in rovina, in questa nostra umanità che vuole coniugare egoismo e felicità nel benessere, abbandonando la verità.

Certo che non troviamo pace e ci sentiamo soli, senza consolazione, conforto e salvezza.

Dobbiamo riconoscere che la fraternità è la promessa mancata: il male è proprio nostro e non possiamo disfarcene.

Certamente dobbiamo riscrivere la nostra vita e, per rinascere in spirito e fede, dobbiamo obbedienza alla Verità rivelata.

 

 

 

                                                          Prof. Filippo Maria Boscia

                                                               Presidente Nazionale dei Medici Cattolici Italiani


ABORTO E COVID : UN TEMA MOLTO DELICATO E DI GRANDE ATTUALITA' !

PUBBLICHIAMO IN ALLEGATO  ALCUNI ARTICOLI CON LE RIFLESSIONI DEL PROF. FILIPPO M. BOSCIA SULLE PROBLEMATICHE ATTUALI DELL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA

 


RIFLESSIONI DI FILIPPO BOSCIA

Nel particolare e doloroso momento che stiamo vivendo, in cui sin dal
1°febbraio è stato deliberato lo stato di emergenza nazionale per la
pandemia da COVID-19 e sono stati emanati i correlati “Decreti cura
Italia”, una raffinata operazione ideologica è stata messa in atto da alcuni
“opinion leaders” e gruppi professionali, sostenuti al solito da determinate
frange politiche.
Un appello rivolto al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e
alla Agenzia Italiana per il farmaco (AIFA) invita a riconsiderare le regole
dell’aborto farmacologico e della sua strutturazione/organizzazione a
livello territoriale.

Si chiede, con motivazioni assai opinabili, la deospedalizzazione delle
pratiche dell’interruzione volontaria della gravidanza per renderle
coincidenti con una domiciliazione e gestione territoriale, che riguardi in
modo particolare le fasi di avvio delle procedure e la successiva
somministrazione di farmaci ad effetto abortivo.
Il suddetto messaggio vede come primi firmatari Pro-choice RICA,
LAIGA, AMICA, Vita Di Donna ONLUS ed è sostenuto dall’Agite,
associazione di ginecologi territoriali, federata alla SIGO, l’autorevole
Società Italiana di Ostetricia e Ginecologia.
L’istanza chiede a gran voce di riorganizzare tutte le prestazioni connesse
agli adempimenti previsti dalla legge 194/74 “norme per la tutela sociale
della maternità e sulla interruzione volontaria della gravidanza”, che
disciplina le modalità di accesso all’aborto depenalizzato.
La sollecitazione all’organo di governo viene posta dagli specialisti di
ostetricia e ginecologia, operanti nella specialistica territoriale, ai quali
incombono non solo i compiti di attuazione della L. 194/78, con tutti i suoi
chiari benché disattesi aspetti preventivi, ma anche quelli inerenti la
precedente L. 405/75, istitutiva dei consultori familiari, strutture create a
sostegno e per il benessere della famiglia e dei suoi componenti.

Nell’appello-istanza si chiede di adottare misure atte a privilegiare la
procedura farmacologica a gestione domiciliare, che tra l’altro
consentirebbe di limitare gli accessi in ospedale e pertanto il potenziale
rischio di contagio, in quanto, sebbene erroneamente, si sostiene che
l’emergenza Coronavirus metta a serio rischio la pratica attuazione della
legge sull’aborto.
Motivo per cui è logico che si gridi “la legge 194 è minacciata!” mentre
“l’aborto è priorità assoluta e chiede immediatezza di intervento!”
Ciò però non corrisponderebbe al vero, in quanto le procedure di aborto
hanno sempre la priorità assoluta, come dimostrato dalle indagini secondo
cui mai alcun freno è stato disposto alla legge 194/78. In tutte le regioni
viene data precedenza assoluta all’aborto, bloccando persino quegli
interventi chirurgici, pur necessari, che non abbiano le caratteristiche di
estrema urgenza.
A questo punto c’è da chiedersi: ma oggi in Italia, in questa dolorosa
contemporaneità, siamo sicuri che il problema dei problemi sia proprio
quello dell’aborto? Che tra l’altro, nonostante la grave emergenza
sanitaria, ha continuato ad essere soddisfatto senza particolari problemi sia
nelle strutture istituzionali che in quelle convenzionate.
A me pare che, proprio la nefasta situazione che stiamo vivendo avrebbe
dovuto mitigare questo “furore abortista”! Furore che addirittura è
diventato virale, prevalente e pervasivo, portato avanti e proposto proprio
da quegli specialisti che, in questa precisa circostanza, avrebbero piuttosto
dovuto porsi in difesa della vita, curare il ”male d’aborto” e lenire la
sofferenza e la solitudine che lo circondano.
Purtroppo personalmente intravedo in questa manovra un tentativo
davvero raffinato, mirante a far includere nei “Decreti cura Italia” una
priorità che non esiste, e che non merita di essere considerata tale, al fine
di ottenere molto semplicemente una maggiore libertà nel manipolare
l’inizio della vita.
Si desidera approfittare di questa occasione per avere una legge 194/78
ancora più permissiva! Oppure si vuole, senza disagi e senza sentimenti,
organizzare una “catena di smontaggio” della vita umana al suo esordio? Il

mistero dell’inizio della nostra esistenza è diventata “la grande pietra di
inciampo contemporanea!”.
Mi preoccupa altresì la persistente e diffusa incapacità di non saper
organizzare le corrette dinamiche di prevenzione, e ancora il non voler
considerare quale terremoto emotivo, in questo momento, sia insito nella
decisionalità frettolosa di attuare “politiche dello scarto” a cominciare
dalla vita nascente.
Scellerati tentativi tentano di nascondere questo scarto, di farlo diventare
mero fatto privato, magari nascosto, vissuto nella solitudine domestica,
anche by-passando quel minimo, ma indispensabile, tempo di
ripensamento previsto dalla legge.
Quel che oggi viene presentato come emergenza sociale non rappresenta le
indispensabili garanzie per la vita concepita, ma asseconda il malcostume
della banalizzazione.
Così il “furore abortivo” è servito! Tutto questo nell’incapacità di
distinguere lo straordinario dall’ordinario e ponendo, con ostentata
indifferenza bugiarda, questa delicatissima questione all’attenzione di una
società al momento grandemente sofferente e disorientata.
In un deterioramento sociale orientato a cum-vertere, a trasformare, a
tramutare la sapienza in incapacità del sapere, possono perpetrarsi tanti
misfatti. Tanto poi… le colpe sono sempre degli altri!
In un mondo tecnocratico fatto di fantasmi e colonizzato dalla grande
matrice culturale del digitale, ma che in realtà non ha ancora compreso
appieno quali siano le priorità da disporre nelle emergenze, noi
desideriamo sapienza nelle scelte e nelle attività di governo, perché si
possano regolare al meglio il vivere civile e le relazioni umane.

Prof. Filippo M. Boscia
Presidente Nazionale Medici Cattolici Italiani
Presidente Onorario della Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici

OJETTI (In Terris): Coronavirus, cosa fare per la buona riuscita della fase 2 - HandHygiene Day

Siamo lieti di pubblicare in allegato alcuni consigli pratici sul tema del HandHygiene Day . Ed inoltre l'intervista al nostro Vice Presidente nazionale  Stefano Ojetti sul tema: Coronavirus, cosa fare per la buona riuscita della fase 2.

La data del 4 Maggio segnerà il termine del Lockdown previsto per la maggior parte delle regioni ed inizierà la fase 2 così come prevista dal governo e che dovrebbe coincidere con la riapertura delle imprese, dell’attività lavorativa e quindi con la ripresa economica.


La fase 2 per il suo buon fine, non può prescindere da una revisione critica di come sia stata gestita la prima fase dell’emergenza Covid-19 mettendone in evidenza luci ed ombre su quanto di positivo sia
stato fatto e al contrario su ciò che si sarebbe potuto evitare.

NB: in allegato potrete scaricare il testo completo dell'articolo di Stefano Ojetti - e pubblicato il 23 aprile, ed inoltre gli altri articoli già pubblicati  su In Terris a cura di Ojetti.

 


A seguire anche l'articolo "Medici e infermieri, eroi quotidiani dimenticati" e già pubblicato sulla rivista In Terris.

E qui sotto e in allegato anche un altro recente articolo del nostro vice presidente Stefano Ojetti sul tema : "Medici: il diritto e il dovere di dire no" e già pubblicato sulla rivista In Terris.


 Medici: il diritto e il dovere di dire no

di  STEFANO OJETTI

 E’  di questi giorni l'ennesimo attacco all'obiezione di coscienza dei medici lanciato dall'Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto (AMICA) coadiuvata dall'Associazione Luca Coscioni e dall'Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR) relativa alla richiesta, rivolta ai Ministri della Salute, dell'Università e della Ricerca, di revocare l'accreditamento alla scuola in ostetricia e ginecologia del Campus Biomedico con la motivazione che tale Università non assicura “una formazione completa, che preveda, anche, l'interruzione volontaria di gravidanza e contraccezione”  fornendo così agli studenti una preparazione “parziale ed incompleta, oltre a non tener conto del principio di laicità e di appropriatezza”.

Anche la politica si è interessata al caso attraverso la dichiarazione di una parlamentare che ha affermato: “La battaglia delle donne non è ancora finita”. Sarebbe bello poter pensare di risolvere le problematiche relative alle donne con la revoca dell'accreditamento alla scuola di ostetricia e ginecologia del Campus Biomedico, piuttosto che combattendo il femminicidio, il mercato del sesso, la violazione più elementare di certi diritti fondamentali ancora presente in alcuni Paesi, fino recentemente all'offesa verbale contenuta in certe canzoni.

E' del tutto evidente che tale richiesta nasconda di fatto l'ennesimo tentativo ideologico di abolire l'obiezione di coscienza, così come già si evince dalle recenti disposizioni anticipate di trattamento (DAT). La problematica non è certamente, come qualcuno vuol far credere, di pertinenza solamente confessionale ma investe la professione medica nel suo DNA. Il medico infatti per sua stessa definizione è colui che cura le malattie e quindi dona salute ed è questo l'elemento fondante del rapporto medico-paziente. Il tentativo da parte di alcune correnti di pensiero però è quello di tentare di snaturare questo rapporto, dove il medico diviene non più datore di salute ma donatore di morte.

Vale la pena qui ricordare che l'obiezione di coscienza nasce come rivendicazione del singolo di essere esonerato da un obbligo giuridico in quanto ritenuto in contrasto con una istanza della propria coscienza che considera, tale obbligo, lesivo di un proprio diritto fondamentale.

Il medico oggi è talvolta tentato ad un ripensamento sulla sua scelta e vocazione ad esercitare la professione e questo anche alla luce del crescente disagio che avverte nel suo approccio ad alcune nuove problematiche, soprattutto di ordine etico e giuridico. Gli vengono attribuiti infatti nuovi compiti e responsabilità che alimentano ulteriori dubbi, interrogativi ed angosce, mettendone pertanto in discussione la propria indipendenza. Al medico oggi viene chiesto di impedire la nascita di un essere umano, di abbreviarne la vita o addirittura di provocarne la morte e questo spesso con pesanti pressioni anche mediatiche dettate per lo più da interessi economici, politici e ideologici.

Tutto ciò in contrasto col giuramento d'Ippocrate che vale la pena qui ricordare, a proposito del "principio di laicità", era un medico contemporaneo di Socrate e che pur non avendo mai sentito parlare del Cristo pronunciò quell'assunto che ancor oggi viene espresso nel post laurea.

L'obiezione di coscienza pertanto rappresenta non soltanto un diritto, ma un punto cardine della professione medica che garantisce autonomia e libertà decisionale al medico il quale in coscienza deve operare secondo i propri convincimenti etico-scientifici a tutela del bene del paziente attraverso il rispetto della vita e della dignità della persona umana così come garantito dall'art. 32 della nostra costituzione e dall'art. 22 del codice deontologico.

Per queste ragioni risulta dunque auspicabile che l'autonomia professionale medica rimanga tale e che non venga inficiata da elementi ideologici esterni alla nostra formazione ippocratica sperando in tal modo che venga impedita la messa in atto della "cultura dello scarto", più volte denunciata da Papa Francesco, riuscendo al contrario a far prevalere nei nostri giovani l'educazione  al rispetto della vita umana come valore e non quella della morte come disvalore, idea che purtroppo oggi subdolamente sempre più si sta facendo strada nella cultura della nostra società.

 

 

SPECIALE SU EUTANASIA : Comunicato delle Associazioni Cattoliche (ed AMCI) e articoli del card. Bassetti, di Battimelli di Aramini

Roma, 10 luglio 2019 

E’ stato presentato oggi 10 luglio un documento ufficiale delle associazioni cattoliche - e sottoscritto quindi anche dal nostro Presidente Nazionale Filippo Boscia  - per una legge che dica no all'eutanasia. Ed è un forte richiamo al Parlamento, perché legiferi tenendo presente che "ciascuna vita individuale è un bene in se stessa" .Un no senza sfumature all’eutanasia, la richiesta di cure palliative come diritto effettivo di tutti i cittadini, la ferma opposizione alla logica dello scarto che minaccia le persone meno efficienti, l’appoggio ai professionisti della salute che hanno espresso ferma contrarietà al procurare la morte dei loro pazienti. E il conseguente auspicio che la nuova legge in gestazione alla Camera rifletta queste priorità.

Alla vigilia del convegno di giovedì 11 luglio a Roma sulle scelte di fine vita, organizzato da più di 30 sigle, prendono posizione in modo esplicito sei associazioni cattoliche, più direttamente coinvolte nella promozione della vita umana: Scienza & Vita, Forum delle Associazioni familiari, Movimento per la Vita, Associazione Medici Cattolici Italiani, Forum delle Associazioni socio-sanitarie, Psicologi e psichiatri cattolici

E, in modo particolare, le associazioni sintetizzano in 9 punti la loro posizione su eutanasia, suicidio assistito, cure e scelte nell’ultimo tratto della vita.

Lo fanno «in vista dell’imminente decisione della Corte Costituzionale sul tema del fine vita» chiedendo che «il Parlamento, consapevole delle proprie responsabilità istituzionali, eserciti pienamente e tempestivamente la propria funzione legislativa in materia».

Lo fanno a partire dal «convincimento» del «profondo rispetto di ciascun essere umano, soprattutto se debole e vulnerabile» sottolineando che «ciascuna vita umana individuale è un bene in se stessa, al di là delle circostanze che di fatto segnano la sua parabola esistenziale» e ricordando che «la peculiare dignità umana che contraddistingue ogni singola persona, dal primo istante della sua esistenza fino alla morte, accomuna la famiglia umana e ci rende tutti uguali in valore».


Testo integrale del documento

1. In vista dell'imminente decisione della Corte Costituzionale sul tema del fine vita, chiediamo che il Parlamento, consapevole delle proprie responsabilità istituzionali, eserciti pienamente e tempestivamente la propria funzione legislativa in materia. Dal canto nostro, desideriamo riaffermare brevemente il nostro convincimento, in nome del quale ci sentiamo spronati a dare il nostro fattivo contributo nella società attuale, per la costruzione di una rinnovata convivenza civile improntata sul profondo rispetto di ciascun essere umano, soprattutto se debole e vulnerabile.

2. Riconosciamo che ciascuna vita umana individuale è un bene in se stessa, al di là delle circostanze che di fatto segnano la sua parabola esistenziale; la peculiare dignità umana che contraddistingue ogni singola persona, dal primo istante della sua esistenza fino alla morte, accomuna la famiglia umana e ci rende tutti uguali in valore. Riconosciamo, di conseguenza, che per ogni essere umano sussiste il dovere morale di prendersi cura della vita e salute propria e altrui, in un clima di solidale reciprocità.

3. Abbiamo piena consapevolezza del fatto che, talora, malattia e sofferenza irrompono in modo inarrestabile nel nostro cammino, "ferendo" in profondità la nostra storia personale e ponendo sulle nostre spalle pesi estremamente gravosi. Siamo convinti che, specialmente in tali circostanze, la persona che sperimenta "vulnerabilità" abbia diritto a non rimanere sola col proprio carico umano, ma debba ricevere dalla comunità (nella misura delle responsabilità proprie di ciascun ruolo) ogni aiuto necessario per curare la malattia e lenire la sofferenza, in nome del legame di solidarietà e comunanza coessenziale al nostro stesso "essere umani".

4. Consideriamo che, pur giovandosi di un continuo ed auspicabile progresso, la medicina attuale applicata ai casi clinici concreti talora mostri dei limiti insuperabili in ordine alla guarigione; in tali casi, con convinzione piena, riteniamo doveroso per il medico astenersi dall'insistenza in trattamenti che, di fatto, si dimostrassero clinicamente inefficaci o sproporzionati.

5. In particolare, desideriamo richiamare e rilanciare l'urgente esigenza di aumentare sforzi e risorse per una maggiore implementazione delle cure palliative, in grado di assicurarne l'effettiva fruibilità su tutto il territorio nazionale per le persone che ne hanno necessità, come del resto sancito dalla legge 38/2010. La malattia, il dolore e la sofferenza, nella loro cruda e gravosa realtà, esigono una risposta autenticamente "umana", costruita sull'amore

6. Con altrettanta convinzione, nella nostra società spesso connotata da forme di utilitarismo ed efficientismo, rifiutiamo senza tentennamenti ogni "logica di scarto" tendente a considerare le persone insolubilmente segnate dalla malattia o da altre vulnerabilità (età avanzata, disabilità, patologie psichiatriche, ecc…) come una sorta di "peso infruttuoso" per la comunità, tanto da ritenere opportuno ridurre (o addirittura annullare) risorse ed ausilii a loro vantaggio, a prescindere dai loro effettivi bisogni.

7. Alla luce di ciò, desideriamo infine esprimere congiuntamente il nostro più fermo rifiuto di ogni atto di eutanasia, in tutte le sue forme e modalità, ovvero di ogni scelta intenzionale e diretta finalizzata ad anticipare la morte allo scopo di interrompere ogni sofferenza. Siamo infatti convinti che la malattia, il dolore e la sofferenza, nella loro cruda e gravosa realtà, esigano una risposta autenticamente "umana", costruita sull'amore, sulla condivisione e sul servizio, oltre che sull'ausilio della migliore medicina; mai esse meritano di ricevere come risposta la sbrigativa e fuorviante violenza dell'eutanasia, umanamente falsa, lesiva dell'integrità della vita e offensiva della dignità umana

8. Guardiamo con estremo favore alla recente presa di posizione pubblica da parte delle Federazioni degli Ordini dei medici e degli Infermieri, che considerano il proprio coinvolgimento in eventuali pratiche eutanasiche in piena ed inaccettabile contraddizione con le finalità e i valori originari dell'arte medica, espressi e confermati nei vigenti codici deontologici di categoria.Guardiamo con uguale favore ad altre iniziative e prese di posizione che condividano la nostra prospettiva valoriale.

9. Auspichiamo pertanto che una simile violazione della vita umana, quale è l'eutanasia, non debba mai trovare avallo e giustificazione nell'ordinamento giuridico del nostro Paese. A tale proposito, fin da ora invitiamo le persone che fossero interessate all'evento del prossimo 11 settembre, a Roma, per una giornata di riflessione e approfondimento di queste tematiche (maggiori dettagli verranno diffusi quanto prima).

 

 

FIRME

 

Associazione Scienza & Vita

 

Forum delle Associazioni Familiari

 

Movimento per la vita

 

Associazione Medici Cattolici Italiani

 

Forum Associazioni Socio-Sanitarie

 

Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici


 

SI ALLEGA ANCHE UN INTERESSANTE ARTICOLO SULL'ARGOMENTO DELL'EUTANASIA  A CURA DEL NOSTRO VICE PRESIDENTE  G.  BATTIMELLI E PUBBLICATO SU CIVITAS HIPPOCRATICA

 

ANZANI: IL DOCUMENTO DELLA COMMISSIONE CULTURA AMCI

 

Siamo lieti di pubblicare in allegato un importante documento AMCI 

e la relativa presentazione

a cura  di Alfredo Anzani e

della Commissione Cultura dell'AMCI

da lui presieduta e coordinata.